O Maracanaço – Il giorno che fece piangere il Brasile (di Fulvio Santucci)

Il Brasile é una delle rappresentative più evocative e temute dell’intero pianeta calcistico, gli appassionati inquadrano la Seleçao attraverso la fantasia e l’estro dei suoi calciatori che ne hanno vestito la maglia nel corso dei decenni.
Già, la maglia: dici Seleçao e pensi al verde-oro, da anni. Eppure avremmo potuto pensare al Brasile immaginando un colore diverso, pensate a che strano effetto ci farebbe ora una Seleçao tutta in bianco. Come era una volta, come era prima del 16 Luglio 1950, come era prima del Maracanazo, il giorno che fece piangere tutto il Brasile.
Ma andiamo con ordine facendo un passo indietro nella storia: siamo nell’immediato dopoguerra in un pianeta che porta ancora addosso le cicatrici e le ferite vive di una sanguinosissima guerra, ma anche la determinazione a rialzarsi ed a celebrare un tempo di ritrovata pace.
Le Olimpiadi di Londra del 1948 avevano aperto la strada e il Mondiale di Calcio, fermo all’affermazione italiana del 1938 a Parigi, rappresentava un’altra grande occasione di rinascita sportiva.
Un’occasione che il Brasile, toccato marginalmente dal conflitto bellico e desideroso di celebrare il primo trofeo internazionale in quello che già all’epoca era lo sport nazionale del paese, non si fece sfuggire presentando l’unica candidatura all’organizzazione dell’evento nel 1950.
Che fu sontuosa: per quell’occasione fu innalzato il Maracanà, tempio sacro di ogni appassionato e ancora oggi uno degli impianti più capienti del mondo, con l’obiettivo di consegnare alla storia il primo Brasile Campione del Mondo.
I carioca erano infatti strafavoriti giacché l’Europa duramente colpita dalla guerra non riuscì a presentarsi all’appuntamento con le forze economiche sufficienti e le altre sudamericane non potevano reggere sulla carta l’impatto di una Seleçao di primissimo livello.
Quando il 24 Giugno 1950 iniziò il torneo, si impresse subito nella gente la certezza che il Brasile avrebbe vinto in carrozza il mondiale più povero di sempre, che aveva perso per strada le rinunciatarie Turchia e Scozia e l’India che curiosamente non accettò il divieto di giocare a piedi nudi imposto dalla FIFA. Su 13 squadre, solo Italia e Inghilterra potevano insidiare i padroni di casa, ma gli azzurri avevano perso mezza nazionale nella Tragedia aerea di Superga avvenuta meno di un anno prima e anche per questo in Brasile ci erano andati in nave, in un viaggio di tre settimane senza possibilità di preparazione adeguata (furono infatti subito eliminati dalla Svezia).
Gli inglesi scelsero invece il suicidio sul campo, facendosi eliminare dagli Stati Uniti che all’epoca di pallone ne sapevano quanto un ornitorinco può sapere di fisica quantistica. Un botto clamoroso, che dalle parti di Londra fu inizialmente accolto con scetticismo da chi leggendo i giornali del giorno dopo pensò ad un errore di stampa.
Ad ogni modo, strada spianata per il Brasile che si giocava la vittoria finale in un girone all’italiana di 4 squadre con Svezia, Spagna e Uruguay. Dopo un 7-1 agli scandinavi ed un 6-1 agli iberici, il match con l’Uruguay era per tutti una mera formalità, anche in considerazione del fatto che la Celeste aveva vinto di misura con gli svedesi e pareggiato con gli spagnoli, Al Brasile bastava non perdere, in virtù della particolare formula del torneo.
La festa iniziò addirittura il giorno prima: in tutto il paese caroselli festanti salutavano la certa affermazione del Brasile, furono vendute circa 500mila t-Shirt recanti la scritta “Brasil campeao”, i giornali andarono in stampa con titoloni in stile “I Campioni siamo noi” o anche “La coppa é nostra”.
Il giorno della partita, il 16 Luglio 1950, il Maracanà contava su circa 200mila persone, di cui meno di un centinaio a supporto dell’Uruguay. Con le squadre schierate in campo prima dell’avvio, il prefetto del Distretto Federale De Morais pronunciò testualmente nel suo discorso allo stadio: « Voi, brasiliani, che io considero vincitori del Campionato del Mondo. Voi, giocatori, che tra poche ore sarete acclamati da milioni di compatrioti. Voi, che avete rivali in tutto l’emisfero. Voi che superate qualsiasi rivale. Siete voi che io saluto come vincitori! ».
Nel primo tempo ci fu un Brasile col freno a mano tirato, dominatore del gioco ma incapace di affondare.
Altra storia all’inizio del secondo tempo, quando la rete di Friaca fece esplodere la festa del Maracanà. L’atmosfera suggeriva che ormai si giocasse solo per il referto e per la regolarità, aspettando l’agognata premiazione.
Ma al minuto 66 inizia a delinearsi l’imponderabile: la stella uruguagia Schiaffino pareggia il conto, evento assolutamente imprevisto. Succede qualcosa nella testa dei brasiliani che, di fatto, smettono di giocare. E a 11 minuti dalla fine, l’impossibile diventa possibile, quando Ghiggia trafigge il colpevole Barbosa per il sorpasso uruguayano. Nello stadio piombò un silenzio surreale. Il verdetto finale fu il più incredibile della storia: Uruguay Campione del Mondo.
Ciò che successe dopo non ha precedenti né susseguenti nella storia del pallone.
Secondo alcune fonti, almeno 10 persone morirono di infarto nello stadio e qualcuna si suicidò gettandosi dagli spalti; saltò tutto il programma di una premiazione già in cantiere da tempo, con buona pace delle cartoline commemorative e delle medaglie celebrative che la Federcalcio Brasiliana aveva già fatto stampare; non si formò la prevista Guardia d’Onore a celebrazione del Brasile Campione perchè le guardie stesse erano a terra in lacrime; non venne suonato il previsto inno alla squadra Campione del Mondo perchè alla banda non fu nemmeno inviata la partitura dell’inno ospite, considerata superflua; l’organizzatore del torneo Jules Rimet, che aveva preparato un discorso in portoghese, fu lasciato solo da tutte le autorità con la Coppa in mano e si limitò a consegnare la coppa e a stringere la mano al capitano dell’Uruguay, ma non riuscì a dirgli neppure una parola di congratulazioni per la vittoria mondiale della sua nazionale, sorpreso dall’esito inatteso.
Furono certificati in tutto il Paese 56 morti per infarto e altrettanti 34 per suicidio, alcuni dei quali avevano scommesso perdendo tutti gli averi sulla vittoria brasiliana. Il Ct del Brasile Flavio Costa fu costretto a rifugiarsi in Portogallo per timore di essere linciato. Il portiere Barbosa fu additato come responsabile per tutti i restanti 50 anni di vita, durante i quali non ebbe mai più accesso ad alcuna opinione o presenza nell’ambito della Seleçao.
Fu “La Peggior tragedia nella storia del Brasile”, come titolò una delle maggiori testate carioca il giorno dopo e l’evento è entrato nel tempo a far parte del folklore e del linguaggio locale come emblema di una disfatta catastrofica.
In ultimo, fu cambiata per sempre la divisa del Brasile che da bianca diventò per sempre la verde-oro che siamo abituati a vedere oggi. Pensate se fosse andato tutto come da copione, pensate a Pelé, a Falcao, a Socrates, a Garrincha: tutti con la divisa bianca.
E invece no.
Grazie all’impresa uruguayana, ci sarà sempre un Maracanazo a ricordare a tutto il mondo che nel calcio, come nella vita, non esistono imprese impossibili.

Articolo realizzato da Fulvio Santucci.

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